giovedì 9 aprile 2009


Centro Studi Tradizionali "Sé"

Rivista di Studi Tradizionali
"Sé Metafisica Realizzativa"

INVITO
INCONTRI D'AUTORE
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con Alberto Samonà
per la presentazione del suo ultimo lavoro editroriale il romanzo
"Il Padrone di Casa"
Edizioni Robin - Roma 2009

Alberto Samonà, autore e giornalista siciliano, ha scritto diversi libri a contenuto simbolico, fra cui Le colonne dell’eterno presente (ila-palma 2001), La Tradizione del Sé (Atanòr, 2003), Riti pasquali (AA.VV. Ac-Mirror 2005), Tarocchi (AA. VV. Ac-Mirror, 2005). Dal suo racconto intitolato La bambina all’Alloro, il cantastorie iracheno Yousif Latif Jaralla ha tratto lo spettacolo teatrale Le orme delle nuvole. Ha scritto e diretto a teatro la piéce Una fiamma a Campo de’Fiori, sulla figura di Giordano Bruno. È componente della giuria nazionale del concorso letterario “Subway letteratura”.
Sabato 2 Maggio 2009 - ore 17.30
Agriturismo Masseria Spetterrata - C.da Spetterrata - Montalbano di Fasano
Importante!
Dopo le 20.30 sarà possibile restare a cena con l'autore solo previa prenotazione entro il 25.04.09.
per una quota procapite di €. 30.00
per info: 335 8198522
Giuseppe Vinci

Lo studio di sé è il filo conduttore de Il padrone di casa, romanzo epistolare del giornalista Alberto Samonà in libreria per le edizioni Robin di Roma.
La narrazione del libro si svolge secondo una scansione temporale di dodici mesi, contrassegnati, ciascuno, da una lettera che il protagonista del libro, un uomo sui quarant’anni, scrive ad un’amica lontana.
L’uomo cerca risposte e pone le proprie domande alla donna, ma la destinataria delle lettere resta in silenzio, mentre un ritmo circolare, evidenziato dalla mancanza di una risposta, contrassegna lo scorrere del tempo.
Il protagonista è “dipinto” dall’autore come un ricercatore addentro agli studi esoterici con un passato di militante di destra, che, però, ad un certo punto, complice una causa esteriore, si rende conto di come abbia beatamente trascorso tutta la propria vita nel sonno, nell’appagamento dei propri ego, ingigantiti anche dagli stessi studi da lui stesso svolti, nonostante lo scopo di questi fosse, in origine ben diverso e cioè, un fine di “liberazione”. Da qui, una “presa in carico” della propria situazione e il tentativo di uscirne, documentato dalle dodici lettere che il protagonista scrive all’amica, apparentemente semplici resoconti di vita ordinaria, in realtà tappe di un simbolico intimo viaggio in se stesso, o comunque, attività preparatorie al compimento del viaggio.
La donna resta muta per tutto il libro, fino a quando, forse, si può incominciare a sentire la voce del “padrone di casa”, il solo in grado di mettere ordine fra le mille altre voci che convivono nell’autore delle lettere.
Non mancano riferimenti a Evola e Guenòn e pagine interamente ispirate al pensiero tradizionale. Evidente anche l’influenza dell’insegnamento di Gurdjieff, nonostante l’autore, per rispetto e discrezione, non citi mai la fonte: un modo elegante che scongiura il rischio di appesantire la lettura.
Alla lettura lineare che lo fa somigliare ad un ordinario libro di narrativa, però, se ne aggiunge una meno evidente, “esoterica”, perché nelle pagine del romanzo è come se vi fossero molteplici segnali di un universo nascosto, che non appare immediatamente, ma che si disvela solo a chi sa guardare oltre, secondo il metodo tradizionale della conoscenza sintetica e analogica.
Alberto Samonà, Il padrone di casa, Edizioni Robin (Roma), pagg. 156, prezzo 12 euro.

sabato 4 aprile 2009

L’Arte Reale: La costruzione del Tempio



Quindi diede incarico agli scalpellini perché squadrassero le pietre per la costruzione del tempio
Ora io ho costruito una casa sublime, un luogo ove tu possa porre per sempre la dimora
Cronache: I, 22, 2; II, 6,2.

L’iniziazione spesso è detta Arte Reale, perché attraverso l’esercizio dell’Arte, il praticante ha la possibilità di “realizzare” la Grande Opera di alchemica memoria: trasformare il piombo dell’esistenza profana nell’oro dell’essere puro; realizzare se stessi. Non si tratta del “sentirsi realizzati nella vita” attraverso il posto di lavoro.
Non vuol dire poter realizzare progetti di vita per guadagnare tanti soldi, comprare l’automobile, la casa, fare viaggi, insomma, essere benestante. La realizzazione di cui si parla, sappiamo benissimo, è ben altra cosa. Si tratta in realtà, di pervenire attraverso un percorso a tappe alla conoscenza della natura ultima dell’esistenza, alla conoscenza del Sé. In breve, usando il linguaggio proprio dell’Arte Reale, realizzarsi significa prendere piena e totale coscienza e consapevolezza della propria esistenza, divenire Re e sovrani di se stessi, fino a trascendersi nella coscienza assoluta.
A tal proposito ricordiamo che tutte la Tradizioni Iniziatiche, dicono che il sé, quello individuale – individuale solo all’apparenza – è simile e partecipa del Sé Supremo, è la parte infinitesimale di Quello. 
A questa consapevolezza sono approdati i Grandi Iniziati, i Saggi, i Ŗşi dell’India, attraverso la profonda indagine dell’esistenza. Intuirono, in definitiva, che al di sopra di tutto vi è una legge, la Lex Suprema dei latini, il Sanathana Dharma, la Legge Universale degli hindū. Ananke la chiamavano i greci, la legge unica e necessaria a cui tutto sottende, anche la stessa divinità, che tiene saldamente insieme ciò che è manifesto e ciò che non lo è: legge immanente e trascendente al tempo stesso. E’ la conoscenza di questa legge che, dicono i saggi, permette di scoprire il mistero dell’esistenza, permette di essere padroni dell’Arte Reale e realizzare il Sé.

L’Arte Reale è la metafora del Sacro, della Coscienza Universale e l’opera dell’artista consiste nel rendere solenne testimonianza, “celebrare” la visione del divino e delle sue leggi.
Nella storia dell’umanità diverse sono state le forme attraverso le quali questa sublime arte
si è manifestata. Spesso, l’oriente e l’occidente hanno condiviso la stessa arte in epoche differenti e con culture diverse, conservando però nell’essenza gli stessi principi.
L’alchimia, l’ermetismo, la poesia d’amore, il racconto mitologico, gli hadîth, i detti proverbiali, i koan dello zen, l’arte di costruire i templi, sono spesso manifestazioni dell’Arte presenti sia in occidente che in oriente.
L’arte di cui ci occupiamo in questa occasione è quella del costruire templi.
“Questo Tempio è come il cosmo in tutte le sue parti” era il proclama che dominava nel Tempio egizio di Ramses II. 
Nell’accezione primitiva il Tempio, dal latino “templum”, indicava quella porzione di campo consacrato dall’àugure destinato agli uffici sacri e quindi luogo sacro. “Templum” è derivato di “Tempus” che vuol dire “sezione”, ed è riconducibile al greco “Tèmenos”, recinto, circuito, luogo separato, dedicato agli dei, contenente la radice tèm e la desinenza no, che significa taglio, separo, divido quindi l’alto dal basso, il superiore dall’inferiore, il sacro dal profano.

L’arte del costruire è quindi arte sacra e allude alla creazione divina, al dio che per un atto libero, pur entrando nel limite del tempo e dello spazio, passando dall’infinito al finito, si manifesta dando vita al cosmo. Costringendosi nel limite l’Assoluto viene all’esistenza. L’opera dell’artista, pertanto necessita di sacrificio e disciplina, virtù che gli permettono di riscattare il limite in cui l’umanità, espressione infinitesimale dell’assoluto, è venuta a trovarsi con la venuta all’esistenza. L’artista nella realizzazione dell’opera, svolge una sacra funzione, imitando la divinità nel suo manifestarsi, lavorando la pietra grezza, adornandola ed elevando le pareti del Tempio: trasforma la materia inerte e caotica, in materia armonica, il caos primordiale, in ordine, cosmo.

In questa ottica il maestro d’arte svolge una vera e propria funzione sacerdotale. Prima di apprestarsi all’esecuzione dell’opera, l’artista si dedicava alla preparazione spirituale: l’invocazione della divinità, la meditazione dei testi sacri, l’interiorizzazione fino alla visione della verità da realizzare.
Nella tradizione orientale, l’architetto che sovrintende alla costruzione del tempio, ma anche le maestrie che prestano l’opera, appartengono quasi sempre alla più alta casta della società, quella dei brāhmaņa, custodi della conoscenza sacra. In quella occidentale, l’artista esecutore dell’opera è iniziato ai segreti dell’arte, segreti che rivengono dal sacerdozio egizio, dai misteri d’Eleusi, dalla scienza pitagorica ed euclidea.
L’arte di lavorare la pietra si prefigge la trasmutazione di ciò che è profano, la pietra grezza, nel mistico corpo del dio. Così il Tempio, realizzato secondo i segreti dell’arte, diventa un incarnazione divina, un avatāra, ovvero la discesa del dio in terra a riprodurre e ristabilire il dharma, l’ordine universale. 

Le conoscenze matematiche, geometriche e astronomiche utilizzate per la costruzione dei templi, che per gli egizi, per i pitagorici, per i Templari e per la Massoneria rappresentano il segreto iniziatico, sono la sintesi suprema con cui poter esprimere i diversi aspetti della Verità Ultima e gli strumenti per “realizzarla”.
L’architetto, il maestro d’arte, l’operaio muratore, insomma l’iniziato, riproduce nelle forme che fa assumere alla pietra l’essenza ineffabile del Principio Supremo. L’arte del costruire diventa così un cammino di ascesa che passa, prima, attraverso le fondamenta dell’edificio, simbolo dell’abisso della psiche umana, fino ad elevarsi alla dimensione celeste dell’essere intelligibile.

Il tempio che allo zenit ha molteplici appoggi per le fondamenta, al nadir termina con il punto unico, il pinnacolo, a significare il passaggio, il ricongiungimento della molteplicità degli esseri all’Essere Uno. Vi è un asse principale nella estensione verticale del tempio che va dalle fondamenta al pinnacolo, e rappresenta l’axis mundi, misura e ordine del tutto, l’asse simbolico attorno al quale si manifesta l’armonia universale. L’asse dei modi è il raccordo tra il sacro e profano; è l’albero della conoscenza che si esplica nei tre mondi: gli inferi, il mondo intermedio, quello degli uomini e il regno celeste; è la sintesi del percorso ascendente della ricerca spirituale.

Nella sua estensione orizzontale, il tempio, manifesta l’ordine cosmico a partire dalle oscure e profonde fondamenta, ove è imprigionato il vizio, l’ignoranza, fino alle stratificazioni successive, in cui si esplicano le Virtù della conoscenza. A parte le fondamenta di cui abbiamo già detto, troviamo, nel livello più basso, a seconda delle culture, il quadrato o il rettangolo, simbolo della terra, il livello più infimo della manifestazione divina, rappresentato generalmente oltre che dalla pianta dell’edificio anche dall’altare, luogo su cui si celebra il sacro rito dell’esistenza, evocandola, poiché l’altare si eleva dal piano.
Recita il Ŗc. Veda:
L’altare è il limite estremo della terra; questo nostro sacrificio è il centro del mondo.
Il livello successivo, la cupola, generalmente rappresentato in cerchio (sostituito in occidente con l’Arte Gotica dalla forma piramidale, simbolo del fuoco divino) è il simbolo del cielo, l’etere, lo spazio, il regno dell’Assoluto, da cui l’Essere Immutabile ed Eterno, la Legge Suprema, proietta la sua potenza. Il cerchio, la cupola la sfera, rappresentano, così, l’Assoluto, la “Verità” da raggiungere, da portare in sé, come afferma Parmenide nel poema “Intorno alla Natura”. 
... bisogna che tu impari/ a conoscere ogni cosa/sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità/sia le opinioni dei mortali nelle quali non risiede legittima credibilità.
Parafrasando il linguaggio alchemico potremmo paragonare la costruzione del Tempio alla “quadratura del cerchio” essendo quest’ultimo, il cerchio, il limite da trascendere,
da violare. Questa particolare “quadratura del cerchio” rappresenta, in questo modo, il ciclo incessante di emanazione e riassorbimento dell’universo: il solve et coagula degli alchimisti; il molteplice che risolve nell’Uno e Quello che si manifesta nel molteplice. Il vuoto che resta tra i due livelli è il simbolo dell’Assoluto, ineffabile, imperscrutabile. Il vuoto, non è assenza ma potenza allo stato embrionale, non manifesto.
La funzione principale del vuoto, è quella di produrre il silenzio. Vuoto e silenzio diventano analoghi, esprimono l’essere in-potenza. Nei templi, infatti, la presenza del silenzio è la prima manifestazione divina percepibile sia all’iniziato, sia al profano. Nel silenzio è in nuce il Verbo prima della sua manifestazione. E’ il perfetto simbolo della dimensione insondabile, per chi non è ammesso alla conoscenza dei segreti dell’arte. L’Artista è quindi in grado, poiché ha gli strumenti per farlo, di cogliere il Verbo che promana dalla pietra purificata, perfettamente lavorata.
Il Tempio, dunque, è la casa del Signore, Sommo Architetto dell’Universo, e dei suoi operai; è il luogo in cui il Verbo s’è fatto carne; è il luogo metafisico e metastorico, al di la del tempo e dello spazio, in cui è riprodotto in modo speculare l’Assoluto; è il luogo materiale in cui si manifesta l’immateriale; è il luogo non-luogo in cui regna armonico l’Uno, spirito-materia; il luogo in cui si trascende ogni dualità, in cui il diabolon, ciò che è stato separato torna ad essere symbolon, il ri-unito.

Giuseppe Vinci 20. 09. 2004
Estratto da: Sé Metafisica Realizzativa - Risvista di Studi Tradizionali - Autunno 2004

sabato 8 novembre 2008


MAESTRI E CATTIVI MAESTRI


Vi è stato un tempo in cui l’iniziato veniva riconosciuto dai comportamenti. La rettitudine era il carattere distintivo dell’iniziato stesso. Ciò scaturiva dalla pratica dell’idea della “Retta Azione”, che non deriva da convinzioni filosofiche o da speculazioni intellettuali ma dalla sperimentazione pratica, cioè dal percorso vissuto della Via Iniziatica. I risultati di questa sperimentazione, custoditi e tramandati attraverso i simboli, costituiscono la dottrina e la Tradizione, che vanno intesi come patrimonio di valori e di indicazioni operative, non solo teoriche.
L’intuizione, che rischiara quale lampo di luce la via a coloro che tale via percorrono, è lo sbocco dell’esperienza nella conoscenza: vale a dire, lo sperimentare tocca con mano e fornisce riscontro sulla giustezza del percorso, in quanto mezzo di verifica.
L’idea, così, diviene carne della propria carne e non concede nessuna possibilità di deroga. Il “retto comportamento”, che è un valore umano, rappresenta una via obbligata, una regola, per coloro che intendono con i fatti, lavorare per la propria evoluzione.
Il comportamento scorretto viene evitato, non per motivi filosofici o estetici, ma perché porta all’involuzione. Tutte le tradizioni, infatti, affermano che le azioni generano il debito del Karma, dal quale ci si libera attraverso la catarsi, il lavoro, l’espiazione, che può avvenire nel corso di una o più esistenze, in cui tutto è contrappassato. Così, specificatamente dice la tradizione orientale. Quella occidentale, pur attraverso una simbologia differente, dice la stessa cosa.
Nell’opera alchemica di trasmutazione del piombo in oro, quando le varie fasi di trasformazione, che vanno dalla putrefazione, passando per la calcinazione, distillazione e che terminano nella sublimazione, non vengono compiute come prescritto dall’arte, cioè con attenzione e coerenza, l’oro ottenuto presenterà impurità e il lavoro dovrà, necessariamente, essere ripetuto.
I simboli muti presenti nel “Tronco della Tradizione” divengono eloquenti, parlanti, a mano a mano che si percorre correttamente, coerentemente il cammino iniziatico.
Il nucleo dell’insegnamento iniziatico è costituito, infatti, da regole e indicazioni operative che hanno la finalità di liberare la coscienza (nel linguaggio muratorio, ad esempio, sgrossare la pietra equivale a ricercare la luce, che è luce mentale e spirituale). Alla liberazione della coscienza si può pervenire attraverso diverse vie. La via iniziatica è costituita dall’Arte Reale. Simboli, Rituali, Leggende, Parole Sacre (mantra) e “grandi detti”, la “Trasmissione della parola da bocca ad orecchio” in una ininterrotta catena di Maestri, fanno diretto riferimento a questa Via.
Mano a mano che il “praticante” trascura il suo carattere iniziatico, queste concezioni perdono il loro senso reale e si riducono a semplici enunciazioni senza partecipazione vera. Inizia il cammino verso il basso, il percorso in discesa, che è controiniziatico e che sortisce l’effetto contrario a quello cercato.
Il percorso involutivo, che è facilmente individuabile, per chi percorra effettivamente il sentiero, si caratterizza con la confusione sempre più palese, con l’indifferenza alla partecipazione alla vita della propria Famiglia iniziatica, e giunge infine (questo è il segno che si sta oltrepassando il punto pericolosissimo di un possibile “non ritorno”!) al disconoscimento dei simboli che divengono figure indecifrabili.
Come prima conseguenza si ha la rarefazione dei Maestri per mancanza di discepoli e poi la loro scomparsa totale o quasi. Le intelligenze, infatti, per natura consuonano e tendono ad abbandonare le non-intelligenze ai loro destini.
La “Parola” (il significato, essenza delle cose) si perde, e scomparsi coloro che possono costruire un punto di riferimento per ritrovarla, fanno la loro comparsa lungo la Via i “cacomaestri” (da cacos =cattivo), maestri della involuzione. I “cacomaestri” espressione dell’involuzione e della confusione, generano a loro volta involuzione e confusione. Occorre, quindi, evitare il proliferare dei “cacomaestri”. Occorre evitare di diventare, a propria volta, un cacomaestro in più!
Finché nell’universo iniziatico sopravvivono Tre Maestri, l’universo iniziatico genera Maestri. Allo stesso modo anche i maestri dell’involuzione producono i loro maestri, deputati, però, a volte inconsapevolmente, a distruggere il Verbo.
I primi segni dell’involuzione vanno ricercati nell’alterazione del lavoro Tradizionale, che agli occhi del cattivo discepolo, diventa assemblea di cui si sottolinea il semplice e solo dibattito, lo scontro di idee, la messa in moto di vibrazioni dissonanti: concezione esattamente opposta a quella che vede lo sforzo di comporre l’eggregoros, la sintesi energetica, le vibrazioni consonanti, e non contrastanti. Come conseguenza abbiamo il rinforzo della Babele, confusione di lingue che generano incomprensione, incomunicabilità e quindi impossibilità di costruire la Torre che deve raggiungere il Cielo (ciò che è celato). Infine, si manifestano la presunzione e l’arroganza, la prepotenza e l’impazienza fino al disconoscimento e l’alterazione della tradizione e della sua trasmissione.
La Luce Iniziatica, con questa pratica involutiva, dovrebbe scaturire dalla accettazione della contesa, e dallo scontro con i pregiudizi degli altri?!
Tutti siamo Discepoli e logica vuole che il Discepolo, che si lascia irretire dalle apparenze della Babele, prima o poi abbandona perfino il formalismo della Via Iniziatica: diviene disattento, trascura il “lavoro” o vi partecipa con lo spirito e i modi del profano, fino ad abbandonare definitivamente il percorso . . . A meno che non intervenga (il che è peggio), un interesse da “metalli” o, ancora, la nevrosi, ipocritamente mascherati, da una sorta di filosofia personale e di prassi, per cui si predica bene e si opera per il senso contrario: a tutto viene trovata una giustificazione condita di altisonanti parole. E’ la regola della mancanza di regole. La regola profana, così, sovrasta l’iniziato svilendolo.
Allora sarà possibile fare ciò che, al momento, sembra più conveniente, tanto poi, al momento più opportuno, quando appare conveniente non più questo, ma il contrario di questo, tutto si aggiusta con un abbraccio (tanto si è certi di poter essere accolti fraternamente). Concezione perversa, questa, opposta alla dottrina della Via Iniziatica, perché legittima, di fatto, il comportamento scorretto, capovolgendo il senso della Regola Iniziatica. Non si può pensare, infatti, che indulgere in questa pratica possa costituire un segno di pentimento e di buoni propositi futuri. Se così fosse, la situazione generale volgerebbe rapidamente al bello, ciò che palesemente non è. Diventa, invece, questo comportamento, ineluttabilmente e sempre più, una sorta di pausa tra un comportamento scorretto e quello successivo.
Appare chiaro, di conseguenza, che per cancellare il nero, non è più necessario “smaltare il lattone”, secondo l’insegnamento dei vecchi alchimisti: più semplicemente si ricopre il nero di bianco. Ma la pittura nasconde, anzi, fissa il nero non lo cancella, e “fissa” anche la convinzione che si può operare al nero, tanto poi lo si dipinge di bianco. La pittura bianca sul nero, oltre che controiniziatica, è anche diseducativa. Nella Via Iniziatica (e in tutte le Vie Iniziatiche) il nero viene eliminato attraverso l’effettivo lavoro di trasmutazione, che trova applicazione nella pratica quotidiana, sul campo della vita, in cui sono disseminati, innumerevoli, gli ostacoli da superare: nella via devozionale questo avviene attraverso la penitenza.
Il percorso involutivo porta alla visione confusa generalizzata, fino al disconoscimento dei simboli. Accade, in altre parole, che alcuni, dichiarano con aria sapiente che lungo la Via non esistono Maestri, senza neanche riflettere sul fatto che quel simbolo possa essere indicatore di significati e di contenuti di cui egli non sospetta neanche l’esistenza. L’interpretazione del simbolo diviene deviata e perversa.
Maestro non è più colui che ha il compito di trasferire gli insegnamenti ed i valori della TRADIZIONE, ma è colui che autogiustifica i personalismi del proprio ego, ignorando Dottrina e Tradizione, fa uso del vaniloquio come di materia d’insegnamento: “parla per parlare”, allo stesso tempo manca di paziente sopportazione degli intemperanti e degli scorretti che sono una presenza costante ed ineluttabile sulla Via dell’iniziato.
La Tradizione è la conoscenza iniziatica, la saggezza che si trasmette nei millenni. Il Maestro è lo strumento nelle mani della tradizione, deputato alla trasmissione della conoscenza iniziatica; il Lavoro è lo strumento per la verifica della giustezza del percorso e per l’applicazione pratica della conoscenza stessa.
Spesso, lungo la Via, s’incontrano pseudo iniziati che dissimulano. Questi, schiavi del delirio di onnipotenza, non si sono mai rimessi alla tradizione, non si sono mai affidati alle cure di un maestro, anche se lo danno a credere, tanto meno si preoccupano di verificare i loro improbabili e assurdi approdi. Questi, inoltre, alimentano la pretesa della loro maestria, pur affermando il contrario, con arroganza e presunzione, con la sottile polemica e demagogia, utilizzando esclusivamente metodologie profane che nulla hanno a che fare con la saggezza degli iniziati.
Dall’esempio di questi falsi maestri senza verifica, pazientemente è necessario allontanarsi. E’ vero che tale presenza costante ed ineluttabile può essere più o meno numerosa, più o meno fastidiosa. E’ quasi certamente vero che attualmente è più numerosa e più fastidiosa che in altri momenti storici.
Tuttavia non sono vani gli insegnamenti per altro teoricamente a noi ben noti:
“Se sai sopportare che il vero che il vero che enunci divenga, distorto dai furbi, una trappola tesa agli stolti;
Se puoi tenere la testa ben ferma quando tutti intorno a te la perdono;
Se puoi attendere e non essere stanco dell’attesa . . .
Se sai vedere spezzate le cose a cui desti la vita, sostare ed ancora forgiarle di nuovo con logori arnesi;
Se sai forzare il tuo cuore, i tuoi muscoli e nervi a servire, servire, servire, al di là delle tue forze e così tener duro, pur quando tutto è finito eccetto il tuo volere che dice: resisti!!!
Se sai riempire il minuto implacabile con sessanta secondi di strada percorsa, . . .
Sei UOMO figlio mio!” (R. Kipling)
Insegnamenti Teoricamente ben conosciuti, ma di cui bisogna ricordarsi al momento di comportarsi praticamente!

Giuseppe Vinci

sabato 12 aprile 2008


CENTRO STUDI TRADIZIONALI “Sé”
Rivista di Studi Tradizionali
“Sé Metafisica Realizzativa”


Tavola Rotonda sul Tema

"CONOSCENZA E INIZIAZIONE
NELLA SCUOLA PITAGORICA"


Relatore

Prof. Vincenzo Ferrari
(Università della Calabria)


Sabato 10 maggio 2008
Ore 17.00 Masseria Spetterrata
C.da Spetterrata – Montalbano di Fasano
Info: 335 8198522



“Pochi sanno essere felici; soggiogati dalle passioni, volta a volta sballottati da onde contrastantesi sopra un mare senza alcuna terra in vista, molti brancolano ciechi; senza poter resistere, né cedere alla tempesta. Dio! voi li salvereste togliendo l’illusione dai loro occhi?... Ma no: è compito dell’uomo, creatura Divina, discernere l’Errore e guardare la Verità. La natura, mediante i suoi veli, ti spiega. Tu che li hai sollevati, uomo savio, uomo felice, emetti un sospiro di soddisfazione: tu sei in porto! Osserva le mie istruzioni, rifletti su ciascuna cosa dopo d’aver posto in alto un’ottima ragione direttrice, affinché, elevandoti poi nell’Etere radioso, Tu divenga immortale, spirito eterno, non più soggetto a morte”. (Pitagora - Versi Aurei)


Prof. Avv. Vincenzo Ferrari
Relatore

Avvocato cassazionista e docente universitario. Esercita la professione forense con studio in Cosenza. Insegna "Istituzioni di Diritto Privato" presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università della Calabria. E' componente della Giunta del Dipartimento di Scienze Giuridiche della stessa università e dirige il consorzio interuniversitario COIS, costituito fra il medesimo Ateneo e quelli di Bologna, Firenze e Salerno. E' autore di circa ottanta pubblicazioni fra monografie, volumi collettivi, e saggi su riviste giuridiche. Fa parte di diversi organismi associativi fra giuristi a livello nazionale e internazionale.

Il Centro Studi Tradizionali “Sé”, attraverso lo studio e la ricerca, nel solco della Tradizione Iniziatica Universale, si propone di stimolare e approfondire la ricerca della Verità/Realtà. Questa conoscenza che si distingue profondamente dall’erudizione, va sperimentata e vissuta direttamente, giorno dopo giorno, incessantemente, fino a divenire un modo di essere, fino a realizzare l’essere, il Sé.

mercoledì 2 aprile 2008



CENTRO STUDI TRADIZIONALI “Sé”
Associazione Culturale
Rivista di Studi Tradizionali “Sé Metafisica Realizzativa”

PROGRAMMA DELLE ATTIVITA’ 2008


- Sabato 10 Maggio ore 17.00 -

TAVOLA ROTONDA SU:
"CONOSCENZA E INIZIAZIONE NELLA SCUOLA PITAGORICA"
Prof. Enzo Ferrari (Giurista)
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- Sabato 14 Giugno ore 17.00 -
“INTRODUZIONE ALLA MEDITAZIONE ZEN”
Camillo Boggia (Soto)
“INTRODUZIONE ALLA MEDITAZIONE VEDANTA”
Giuseppe Vinci (Asparsamuni)
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- Sabato 12 Luglio ore 16.30 - 19.30 -
"Dal DHARMA al KARMA"
SEMINARIO INTENSIVO
con il Venerabilissimo
Lama Geshe Gedun Tharchin
Istituto Lam Rim - Roma
- Domenica 13 Luglio 0re 08.30
“PRATICA DELLA MEDITAZIONE VIPASSANA”
SEMINARIO PRATICO INTENSIVO
con il Venerabilissimo
Lama Geshe Gedun Tharchin
Istituto Lam Rim - Roma
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Settembre (data da definire)
“LA CONOSCENZA SECONDO IL VEDANTA”
Dott. Alessandro Fiasconaro
Univ. Jagellonica di Cracovia - Univ. di Palermo
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Gli incontri si svolgono generalmente presso
Agriturismo Masseria Spetterrata a Montalbano di Fasano
info: 3358198522

martedì 25 marzo 2008

Dal se al Sé


L’arduo problema della conoscenza necessita, anzi pretende, qualificazioni tra le altre, come la pazienza, l’attesa, e quindi i tempi richiesti dalle progressive trasformazioni verso il “Sé”.
L’incapacità di aspettare, l’impazienza e ancor peggio l’impulsività, fanno acquisire difetti invece di toglierli. L’ambizione che fa presumere di essere migliori di quanto si sia in realtà, fa desiderare, in vano, il comando fine a se stesso, rende incapaci di aprire il proprio cuore e lo indurisce fino a renderlo immune, insensibile dagli influssi benefici.
La saggezza non sta nel coltivare interessi personalistici, ma nel purificarsi attraverso le difficoltà che ogni giorno si presentano dinanzi al nostro percorso.
La più grande di queste difficoltà è l’attesa. Essa, spesso, è lunga e pertanto ha il potere di stancare, il corpo, la mente e lo spirito.
La maturazione, così, è lenta ma è la sola in grado di produrre frutti duraturi e degni della pianta da cui sono nati.
Con pazienza si accede ai rudimenti della conoscenza; con pazienza si attende il momento di rendersi utili alla causa dell’Umanità; con ferma volontà si attende la manifestazione della Legge Suprema e lo splendore dell’illuminazione totale.
Così che ogni azione sia preparata con lungimiranza e con saggezza!
Quanti sono in grado di attendere pazientemente magari una vita intera pur di raggiungere l’illuminazione?
Pochi, certamente.
Ma quei pochi sono i soli che toglieranno il velo che copre la verità: ad essi è demandato l’arduo compito di tramandare la fiaccola della verità.
. . .
Se tu sai attendere . . .
Se sai forzare il tuo cuore, muscoli e nervi a servire, servire, servire . . . e il Volere che dice: Resisti!
. . .
Bando alle frenesie pur se volte al bene! [Ma potrà mai essere vero che esistono frenesie volte al bene?] Bando alle farneticazioni dell’ego.
L’eroismo dell’iniziato non consiste nell’intolleranza al temporeggiamento e alla paziente attesa, non è l’azione eroica anche a costo della vita pur di far presto e ottenere tutto per soddisfare il capriccio e la presunzione!
Quand’anche pare che il mondo crolla, quand’anche si odono le grida degli uomini che chiedono soccorso, è necessario “oggi”, prima di ogni cosa, porre le basi dell’edificio Uomo.
Per costruire un tavolo occorre legna; occorre seminare; lasciar crescere l’albero; e quando il fusto è alto e robusto, occorre tagliarlo e lasciarlo stagionare, lavorarlo, piallarlo e unire ad arte, convenientemente le parti che serviranno a realizzare l’opera. In ultimo, solo dopo un lungo e costante lavoro, sarà visibile l’opera completa.
Così è anche nel campo dello spirito.
E’ fatta necessità assoluta in questo percorso, dal Se . . . al Sé, nel viaggio che ci conduce dalla forma all’essenza, volgere lo sguardo interiore, il proprio spirito, con disposizione e coscienza a tutte le incombenze: fiducia e volontà daranno la giusta ricompensa.

Trevab.

lunedì 24 marzo 2008