venerdì 19 febbraio 2010

Rosa Mystica


“Della rosa fronzuta diventerò pellegrino ch’io l’aggio così perduta. Perduta non voglio che sia Ne di questo secolo gita, ma l’uomo, che l’ha in balia di tutte gioie l’ha partita.” (Federico II Imperatore)

La Rosa è uno dei più remoti e universali simboli iniziatici.
Per cogliere davvero il senso paradigmatico della Rosa è bene dimenticare il Medio Evo dipinto di nero, oggi tanto di moda, anche perché è in quest’epoca che tale simbolo ebbe la sua giù grande diffusione. La “Rosa”, se considerata dal punto di vista profano, si allontana fatalmente dal suo senso mistico e trascendente fino a perdersi, senza che se ne possa cogliere il senso più profondo.
Essa è il simbolo dell’anima che dopo il percorso di discesa, dopo aver abbandonato la zavorra accumulata nel mondo, si avvia alla risalita.
La Rosa è il simbolo dell’amore, dell’Amata - l’anima - e dell’Amante - l’Essere Supremo - desiderosi della mistica unione. E’ la piccola anima umana, parte infinitesima della Grande Anima, che cerca la via di ritorno alla “stanza” o Casa del Padre, dove avverrà la mistica unione.
L’immagine della stanza evoca le Nozze chimiche di Christian Rosenkreuz, che fa di questo fiore un simbolo universale.
L’Amore per la Rosa che sospinge l’amante alla mistica unione rappresenta e realizza l’annullamento di ogni dualità e contrapposizione u-mana e terrena. Gli opposti, i complementari svaniscono per sublimarsi nell’Uno al di là dell’Uno, nell’archetipo di platonica memoria.
Agli stilnovisti, ai Fedeli d’Amore, come anche ai poeti siciliani, a Federico II, la Rosa giunge da Oriente, da Soria. Per la tradizione arabo-orientale la rosa è il simbolo di un percorso metafisico realizzativo pratico, che mira alla trasformazione profonda della coscienza. Per i Sufi della Ba-gdad del XII sec. questo sentiero mistico era chiamato “Sebil-el-Uard” ov-vero la “Via della Rosa”.
In realtà la Rosa per l’occidente rinascimentale rappresenta un ritorno alle origini del cristianesimo iniziatico dei primi secoli, per il quale la Rosa è anche il simbolo del cuore. La ritroviamo, infatti, nei primi Rosa+Croce agli albori del medioevo e nei successivi Manifesti dei Rosa+Croce del ‘700, ma anche in tutti i mistici cristiani. La dottrina originaria indica la sovrapposizione della Rosa alla Croce quale mezzo per il raggiungimento dell’unione, stigmatizzata dal saluto della confraternita: “Possa una Rosa fiorire sulla tua Croce”.
La croce, intersezione delle due rette, orizzontale e verticale - simbolo degli opposti, dei complementari - centro segreto al di là del tempo e dello spazio, è sublimata dalla Rosa. In questo centro invisibile, metafisico, si realizza l’unione, l’armonia/trascendenza individuale, che con la sovrapposizione della Rosa si trasforma in armonia/trascendenza universale. Ma la via dell’Unione non è un percorso che possa compiersi impunemente o con facilità. Lungo il Sentiero Realizzativo l’amante desideroso dell’Unio Mystica deve dimostrare di avere coraggio, cuore puro e purezza d’intenti per poter accedere a questa conoscenza. Deve superare una serie di prove e ostacoli che sono propedeutici di una vera e propria disciplina iniziatica.
La “Via della Rosa” è, insomma, un percorso di disciplina interiore per domare e purificare la mente, poiché “solo una mente pacificata e pura può risolversi nella pura coscienza”.
Pur attraverso un simbolismo differente, nella “Gita” Krişna espone la stessa disciplina che conduce all’unione mistica:

“Nell’unione dello Yoga la libertà è sovrana; è la liberazione dall’oppressione del dolore. Questa disciplina deve essere seguita con fede, con animo fermo e coraggioso. ( … )
E’ vero, o Arjuna, che la mente e senza quiete e non è facile domar-la. Ma nella pratica costante e nel distacco dalle passioni, anche la mente può essere dominata. Quando la mente non è in armonia, è difficile realizzare questa unione divina, ma l’uomo la cui mente è pacificata la può realizzare, purché si dedichi con tenacia alla conoscenza”. (Bhagavad-GitaVI -23/35/36)

Per cogliere la Rosa nella sua essenza occorre uscire dal turbinio e dalla vanità della vita profana consapevoli, per gradus, che il prezzo dell’unione è il rischio di morire. Le figure e le immagini allegoriche che si trovano sul percorso, inoltre, confondono chi non sa penetrare il simbolo, deviandone il senso del percorso fino a smarrirlo in eterno, giacché dietro l’apparente amore profano si nasconde il ben più prezioso ed anzi inestimabile amore sacro.

Questo linguaggio trasparente solo in apparenza e i simboli a volte chiari e a volte oscuri sono invece, per coloro che si consacrano agli studi iniziatici, il viatico che conduce all’intelligenza delle cose divine.
Dice Plutarco: “Con questo procedimento noi possiamo tener testa a tanta gente grossolana … Il popolo, ascoltando tali cose, è soddisfatto e presta fede a tutto questo, perché desume plausibile direttamente dalle cose ovvie e familiari … In verità, costoro non differiscono per nulla da quelli che credono vele, gomene e ancora, né più né meno che il pilota stesso; ovvero ordito e trama né più né meno che lo stesso tessitore …”.

Nel Roman de la Rose, poema provenzale di Guillaume de Lorris della metà del ‘200, fra l’amante e la Rosa si frappongono una serie di ostacoli, figure e immagini allegoriche che ne deviano e rallentano il percorso: così le dieci orrende figure sul muro del Giardino, i danzatori della carola, il dio d’Amore con le frecce dalle opposte potenze e i suoi comandamenti, Pericolo, Gelosia, la fonte, Narciso, il castello e l’alta torre costruita sulla roccia viva ... Contro tutto ciò deve combattere il desideroso d’Amore che brama di poter cogliere il tenero bocciolo al termine del percorso e godere della sua Bellezza. Ecco l’innamorato del “Roman de la Rose” al termine della sua ricerca una volta conquistata la Rosa:

“Mi parve allora d’esser caduto
in paradiso dall’inferno orrendo …
… E si slanciava il fiore
verso l’alto, ed io fui lieto
nel non vederlo ancora così aperto
da disvelare il cuore,
anzi, che quello era ancor chiuso
entro i petali della rosa
che si levavan dritti verso il cielo
avvolti attorno al loro profondo centro:
da tale velo occultato
il seme era difeso dagli sguardi.
Era la rosa Dio la benedica!
così innalzata, assai più bella
di quanto fosse prima, e più vermiglia.
Ed io venni rapito in meraviglia
innanzi a tanta nuova leggiadrìa
nella sua pània Amore mi lega,
sempre più forte, indissolubilmente
mentre a me pare d’averne sempre più piacere”.

Come Beatrice per Dante, così per Guillaume de Lorris la Rosa è il simbolo della Sapienza Santa, della pura conoscenza intellettuale a cui l’iniziato perviene dopo aver sgombrato l’anima dalle sozzure della vita animale, fino a far cadere il velo che oscura la vista dell’occhio interiore. Nella Divina Commedia, infatti, Dante giunge al Paradiso passando per la Rosa Mistica, che rappresenta quindi il passaggio o meglio la transizione, il trascendimento necessario all’uomo per giungere al perfezionamento finale.
Il simbolo erotico della Rosa, ancora, è analogo al simbolo cavalleresco e religioso del Graal, poiché la Rosa è simbolo dell’amore spirituale e della massima elevazione della conoscenza intellettiva, di quella completezza e perfezione che gli stilnovisti chiamarono Intelletto d’Amore. Raggiungere e possedere la Rosa equivale quindi a raggiungere e a ottenere il fine ultimo della Ricerca, in quanto l’Amore è annullamento della dualità.

Per gli Alchimisti è la “rossa pietra filosofale”: il Magistero, nella Lingua Alata, che permette di trasformare il vile metallo in Oro e di contemplare il Creatore in ogni particella dell’universo. Sì, perché gli esseri sono il segno vivente del Creatore e il cammino iniziatico è il percorso che permette di svelare negli esseri la Luce Divina.

La Rosa e il suo linguaggio simbolico hanno perenne validità. Essi non si fondano sulla storia e sulle apparenze come sulla vanità, non necessitano di falsi orpelli, ma provengono dalla Tradizione Sacra, metastorica e metafisica, alla quale hanno attinto tutti i popoli: così per la letteratura cortese e cavalleresca dell’Islam dei Sufi, del Medio Evo cristiano e dei Tantra indù.

Conoscenza e Iniziazione nella Scuola Pitagorica



Conoscenza e Iniziazione nella Scuola Pitagorica
(Relazione del Convegno)
Prof. Enzo Ferrari

Premessa
Conoscenza e iniziazione, sul piano puramente terminologico, sono concetti diversi, significando il primo l’oggetto dell’atto del conoscere ed il secondo una possibile modalità con cui si conosce.
I due concetti si coniugano quando, per accedere alla conoscenza, sia richiesto di essere iniziati ad un metodo o ad un linguaggio, in tal modo restringendo la cerchia dei fruitori del conoscibile.
A partire da Aristotele, un sistema di conoscenza è definito “acroamatico” se, anziché essere divulgato erga omnes (conoscenza essoterica), venga riservato a destinatari ben individuati realizzando una forma di conoscenza esoterica, che gli antichi sapienti preservavano con la trasmissione orale. Pure nel linguaggio attuale si dice riferita “all’orecchio” una comunicazione che debba rimanere segreta e sconosciuta a chi non l’ha ricevuta.
Oggi la conoscenza esoterica non ha più motivo di essere acroamatica, giacché la tecnologia consente in vari modi di divulgare la parola pronunciata al pari di quella scritta. Non è più la modalità della comunicazione, ma il valore intrinseco del conoscibile a caratterizzare la conoscenza iniziatica, che si impernia sul "segreto" da non intendere più come limite alla conoscibilità bensì come secretum (da secernere), nel senso della conoscenza che, sintetizzandosi nell'interiorità di ciascun individuo, richiede un percorso iniziatico affinchè lo stesso individuo sia in grado di attingerla.


La Scuola pitagorica e la figura di Pitagora
Nel VI secolo a.C. la città di Crotone vide fiorire una scuola filosofica ospitata nella “Casa delle Muse”, una costruzione in marmo bianco circondata da giardini e portici all’interno delle mura cittadine, nella quale il Maestro parlava ai discepoli celandosi alla loro vista, occultato da una tenda. Il Maestro proveniva da Delphi, dove aveva interpellato l’oracolo apprendendo di essere stato predestinato da Apollo a trasmettere il suo sapere in terra magnogreca.
Nelle città ioniche dilagava la tirannia, ma dalla Casa delle Muse i cittadini crotonesi ricevettero l’irradiazione di una sapienza tale da portarli a scegliere una forma di governo aristocratico espressa da quella stessa sapienza. Pare che sulla porta della Scuola vi fosse una lapide che recitava: “colui che non sa ciò che è necessario che egli sappia, è bruto tra cose brute; colui che non sa più di quanto gli è necessario, è uomo tra cose brute; colui che sa tutto ciò che può essere saputo, è dio tra gli uomini”.
Del Maestro poco sappiamo; alcuni storici ne hanno persino messo in dubbio l’esistenza, mentre biografi antichi gli attribuiscono natura semidivina e la capacità di compiere prodigi, tra cui guarire dalle malattie. Abbiamo un nome: Pitagora, che giunge fino a noi come quello di uno dei sapienti greci che animarono la filosofia presocratica, con lo specifico merito di avere fatto assurgere la matematica a scienza, chiave per la comprensione dell’esistente. Di Pitagora parla Eraclito, che polemicamente lo definisce “erudito”, così come non ne ignora l’esistenza Aristotele, il quale dà conto di alcune leggende divenute note dopo la sua morte che, accentuando il carattere religioso della sua figura, alimenteranno quel movimento neopitagorico misticheggiante che si esprimerà nelle opere di Numenio e Giamblico per confluire, poi, nel neoplatonismo.
Nessuno scritto, nessun frammento attribuibile a Pitagora è conosciuto, ma ciò viene spiegato col fatto che egli non scrisse mai nulla, affidando il suo insegnamento alla sola espressione orale e vietando ai suoi seguaci di scrivere, o anche soltanto di parlare con estranei, delle sue teorie.
Della sua biografia non si hanno certezze, possiamo solo riferirci a dati probabili che lo indicano nato a Samo intorno al 575 a.C., frequentatore degli insegnamenti di Talete e Anassimandro, allievo di Ferecìde di Siro detto il Saggio, con il quale avrebbe viaggiato nelle isole del mar Egeo e in Asia minore venendo iniziato ai sacri misteri dei templi greci. Nel 548 a.C., morto il maestro, avrebbe frequentato circoli sacerdotali e magici in Egitto e in Babilonia, prima di stabilirsi a Crotone. Anche sulla sua morte si hanno versioni discordanti: secondo alcuni sarebbe morto nel 490 a.C. a Metaponto, dopo esservi riparato a seguito di rivolgimenti politici nel governo crotonese, mentre secondo altri da Metaponto, dove si sarebbe rifugiato per sfuggire alla vendetta del nobile crotonese Cilone (al quale sarebbe stata rifiutata l’ammissione alla Scuola), fece poi ritorno a Crotone e vi sarebbe vissuto fino all’età di cento anni.
Il mito narra che Pitagora, facendo un viaggio nell’Inferno, aveva veduto l’anima di Esiodo attaccata con catene ad una colonna di bronzo e quella di Omero appesa ad un albero circondato di serpenti, in castigo di tutte le invenzioni ingiuriose alla divinità di cui sono pieni i suoi poemi. All’istante del suo ritorno dall’Inferno, egli sapeva perfettamente tutto ciò che era avvenuto sulla terra durante la sua assenza e ne fece esatto e dettagliato racconto alla meravigliata moltitudine. Leggendario l’episodio che lo vide, alla domanda del tiranno di Fliunte, Leonte, che gli chiedeva “chi sei?”, rispondere “sono un filosofo” pronunziando per la prima volta nella storia questo termine. Significativo anche l’episodio in cui gli fu richiesto cosa gli uomini facessero di simile a Dio: egli rispose “quando esercitano la verità”.
La Scuola pitagorica sarebbe stata da lui fondata nel 520 a.C. sull’esempio delle comunità orfiche e delle sette religiose d’Egitto e di Babilonia, per impartire insegnamenti che esigevano un lungo periodo di tirocinio molto rigoroso da ascoltare in silenzio, quali “acusmatici”, prima di essere ammessi ai segreti più profondi come “matematici”. Particolare interessante, e notevole per il contesto sociale dell’epoca, è che nella Scuola fossero ammesse anche le donne.
Una sommossa popolare provocata dal partito democratico determinò la cacciata da Crotone dei Pitagorici e l’instaurarsi di varie comunità pitagoriche nel mondo ellenico e nella Magna Grecia. Fra le più celebri quella di Archita di Taranto, vissuto nel IV secolo, uomo di straordinaria vastità e modernità di interessi, ricordato come tale da Platone nella VII Epistola. Ma ancora più importante quella che Filolao di Crotone fondò a Tebe nella seconda metà del V secolo, cui si deve la conoscenza dei contenuti della filosofia pitagorica, avendo egli contravvenuto al divieto di scrivere, sicché ci sono pervenuti vari frammenti che, potendoli raffrontare con quanto riferisce Aristotele sui principi pitagorici (oltre che con svariati riferimenti che si ritrovano in vari autori dell’antichità greca e latina), costituiscono la base principale per ricostruire la dottrina di Pitagora.


La dottrina pitagorica
Secondo questa dottrina i numeri sono il principio di tutte le cose. Essi esprimono la chiave senza la quale nulla sarebbe possibile pensare né conoscere.
Ogni numero, quale insieme finito di più unità, è un costituente fisico elementare delle cose ed obbedisce ad una legge, che potremmo definire dualistico-oppositiva, allo stesso tempo legge di formazione dei numeri e legge di formazione delle cose. L’opposta struttura dei numeri dispari e di quelli pari, infatti, rivela un’antitesi che può assumersi a principio di una serie di altre nove opposizioni che spezzano il mondo in due: limitato-illimitato; uno-molti; destra-sinistra; maschio-femmina; luce-tenebre; buono-cattivo; immobile-mobile; retto-curvo; quadrato-rettangolo. In tali opposizioni coesistono carattere fisico e carattere morale, in una molteplicità di significati che conferiscono ad alcuni numeri valore magico-simbolico. La contemplazione dei numeri costituisce un passaggio essenziale della purificazione che, per quanto si dirà più avanti, formava il fine principale dell’insegnamento pitagorico.
Aristotele indica alcuni ambiti nei quali, secondo questo insegnamento, il numero esprime la regola della realtà. Ad esempio, la “giustizia” è data dal 4 e dal 9, ossia da numeri che, in quanto quadrati del primo numero pari o del primo numero dispari, ripropongono quella reciprocità nello scambio in cui essa consiste. Le “nozze” corrispondono al numero 5, essendo la somma del primo numero dispari (il 3) con il primo numero pari (il 2), dal momento che l’uno, servendo a generare sia i numeri pari che i dispari va considerato come “parimpari”. Nello stesso tempo il 5 rappresenta vita e potere nella raffigurazione della stella a cinque punte iscritta nel pentagono, assunta a simbolo della stessa Scuola pitagorica.
In alcuni casi i Pitagorici perseguivano il loro intento di connettere tutto a un numero o alla proprietà di un numero, come osserva maliziosamente Aristotele, al punto che se qualche cosa mancava, si sforzavano d’introdurla perché la loro trattazione fosse completa. Ne sarebbe esempio l’invenzione dell’Antiterra, il pianeta invisibile, per portare a dieci il numero degli astri allora conosciuti e comporre così la perfezione del cosmo. Al riguardo la concezione pitagorica si presenta estremamente interessante, fino a precorrere di oltre duemila anni la rivoluzione copernicana, rappresentando una concezione del cosmo non geocentrica bensì costituita da un universo al cui centro è situato un immenso fuoco, intorno al quale ruotano dieci astri con velocità e distanze i cui rapporti sono i medesimi che regolano gli accordi musicali, anch’essi espressi da numeri.

La tetraktis e l’iniziazione
Il numero 10 rappresenta la perfezione. Esso è formato dalla somma dei primi quattro numeri (1+2+3+4), contenente in eguale quantità il dispari (3,5,7,9) e il pari (2,4,6,8), numeri primi (2,3,5,7) e numeri composti (4,6,8,9), sottomultipli (2,3,5) e multipli (6,8,9). La perfezione del 10, giustificata da ragioni strettamente matematiche che lo pongono a fondamento del sistema decimale, ne esprime la sacralità, rappresentata dalla tetraktis, triangolo equilatero il cui lato è costituito da 4 punti e la cui composizione complessiva è data da 10 punti.
E’ noto l’influsso che lo stesso triangolo ha avuto nell’iconografia paleocristiana, che lo ha rappresentato con un occhio al centro. La tetraktis contiene l’intero universo, del quale è rappresentazione geometrica: l’1 è il punto geometrico, 2 sono i punti necessari per individuare una linea, 3 i punti necessari per individuare un piano e 4 per individuare un solido. Partecipa della stessa natura degli altri numeri, essendo un insieme di unità, la cui proprietà elementare è quella di consistere in quantità reali, in cose e non pure astrazioni, sicché come di ogni numero si può ricavarne la rappresentazione geometrica, ma nel contempo la tetraktis è l’unico numero-figura geometrica che, in quanto perfetto, rappresenta il sacro.
Pare che su di essa venisse prestato il giuramento di adesione alla Scuola pitagorica. Questo giuramento, che presuppone un segreto e l’impegno vincolante a preservarlo, nel momento in cui è prestato su un simbolo sacro assume esso stesso significato sacrale. Se per essere iniziati è richiesto un giuramento siffatto, l’iniziazione stessa assume valore sacrale essendo legata ad un simbolo che, nella sua sacralità, contiene l’intero universo conoscibile.
Ne possiamo ricavare che conoscenza e iniziazione, nella tradizione pitagorica, assumono il significato di un binomio inscindibile, non potendosi concepire un accesso al sapere che non sia iniziatico né, viceversa, una forma di iniziazione che prescinda dal sapere e dalla scienza. E’ meno chiara la differenziazione che sul piano iniziatico riguardava la distinzione fra acusmatici e matematici, posto che se ai secondi erano riservati i più profondi segreti, ai primi era comunque consentito l’ascolto in silenzio e non di tutto ciò che il Maestro diceva. Tuttavia pare che la differenziazione fosse netta sul piano dei comportamenti, potendo solo i matematici vivere all’interno della Scuola spogliandosi di ogni bene materiale, laddove gli acusmatici non erano invece tenuti a privarsi delle proprietà e a vivere in comune. Una sorta di distinzione tra religiosi e laici, con diverse modalità di accesso alla conoscenza, ma con la condivisione degli stessi principi iniziatici, se è vero che col passare del tempo si accusarono vicendevolmente di non essere i più autentici interpreti della parola del Maestro, al quale per la prima volta venne riferita l’espressione ipse dixit (che, ancora oggi, sta a significare l’indiscutibilità di un pronunciamento autorevole).

La conoscenza e il dogma
Sembra quindi potersi ritenere che a fronte della necessaria iniziazione per aspirare alla conoscenza, il binomio inscindibile abbia a modularsi su diversi livelli conoscitivi e che questa modulazione debba essere rappresentata da un sapere, che procede per gradi di approfondimento, di una verità assoluta ed indiscutibile.
Che si tratti di un sapere iniziatico non può dubitarsi già per il solo fatto che esso è trasmesso oralmente, abiurando lo scritto, ma il senso dell’affermazione non può rimanere solo nel suo valore acroamatico. La dimostrazione che potremmo definire storica (non in senso storiografico, ma di accadimento narrato anche se non comprovato) del valore iniziatico degli insegnamenti pitagorici è data dalla vicenda che colpì Ippaso di Metaponto allorché, cacciato ignominiosamente dalla Scuola per avere rivelato la natura delle grandezze incommensurabili, gli venne eretta una tomba come ad un morto. La vicenda di Ippaso è emblematica del significato e del valore della conoscenza propugnata dalla Scuola pitagorica.
Come si è visto la realtà dei numeri è fatta di entità composte da un insieme finito di unità e quindi la conoscenza può essere espressa solo con i numeri interi, non anche con i numeri irrazionali. Ciò comporta che, non potendosi aggiungere ad un numero nulla che sia minore dell’unità, l’accrescimento di una grandezza debba procedere per “salti discontinui”. Non a caso la scienza pitagorica, identificata come una matematica del discontinuo, viene considerata l’anticipazione della moderna teoria quantistica.
E’ noto che in base al Teorema di Pitagora la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa. Applicando il Teorema ad uno dei due triangoli isosceli in cui è diviso un quadrato, si dimostra che il lato e la diagonale di tale quadrato non possono avere alcun sottomultiplo comune e pertanto sono incommensurabili. Sennonché, supponendo che un segmento sia generato dall’accostamento di una serie finita di piccoli punti, ne risulterebbe che uno di questi punti verrebbe contenuto un numero finito di volte sia nel lato, sia nella diagonale, che conseguentemente avrebbero un sottomultiplo comune contraddicendo la dimostrazione derivante dal Teorema. La incommensurabilità delle grandezze esige quindi che esse siano costituite da una infinità (e non da un insieme finito) di punti. Dal che si ricava che la discontinuità, se è connaturale alla aritmetica, non può estendersi alla geometria e quindi non può dirsi proprietà comune di tutta la matematica.
Questo segreto fu custodito gelosamente dalla Scuola per diverso tempo, finché Ippaso di Metaponto lo divulgò ponendosi a capo degli acusmatici in una sorta di rivolta contro il dogmatismo che gli valse l’espulsione e la morte simbolica.

L’anima e il corpo
Ma la conoscenza perseguita dai Pitagorici attraverso l’iniziazione può realmente definirsi dogmatica?
Per rispondere al quesito dobbiamo porre attenzione ad un altro aspetto essenziale del pitagorismo, fin qui volutamente trascurato, ma necessario per comprendere meglio quanto si è già detto, in merito al rapporto anima-corpo.
Se da un lato l’anima veniva concepita come “armonia” del corpo, nello stesso senso in cui si può parlare di armonia dei suoni emessi da uno strumento musicale o di armonia data dalle proporzioni di una scultura (e cioè con modalità misurabili attraverso l’aritmetica), dall’altro se ne propugnava la natura immortale contraddicendo il carattere finito dei numeri e la natura mortale del corpo. Un frammento di Alcmeone, esponente di una importante scuola di medicina fiorita a Crotone nello stesso periodo della Scuola pitagorica, afferma che “l’anima è immortale per la sua somiglianza con le cose immortali… la luna, il sole, gli astri”. Il rapporto anima-corpo va inteso, dunque, come una delle opposizioni dualistiche in cui l’esistenza si spezza e la cui armonia è data dalla proporzionale coesistenza degli opposti.
Si è anche ipotizzato che i Pitagorici ammettessero due anime: una costituita dal temperamento psichico, legato indissolubilmente al corpo e destinato a morire con esso, l’altra da un principio immortale. La concezione dell’anima immortale deriva da credenze religiose orfiche, secondo le quali l’anima è un demone che, per una colpa originaria, è stato condannato a incarcerarsi in un corpo al quale sopravvive per incarcerarsi ulteriormente, in un ciclo di reincarnazioni che ne garantiscono la purificazione e l’espiazione della colpa, al fine di potersi ricongiungere con l’elemento divino dal quale proviene. Se per gli orfici le purificazioni corrispondevano a pratiche ascetiche e rituali, per i Pitagorici coincidevano con l’esercizio della scienza attraverso il viaggio iniziatico della conoscenza.
L’ipotesi dell’esistenza di due anime, delle quali una mortale, pone il problema della relazione fra esse, visto che la colpa di cui è caricata l’anima immortale può essere riscattata solo attraverso la purificazione di quella mortale. Il demone che si incarna entra necessariamente in contatto con l’anima che appartiene al corpo, riuscendo a progredire nel processo di riscatto dalla colpa solo se l’anima mortale intenderà perseguire la purificazione, con l’esercizio della scienza e la vita iniziatica, nel rispetto di regole e pratiche nella vita quotidiana.
Il “modo di vita pitagorico” fu altamente lodato da Platone per la sua unione di teoresi e ascesi. Ad esempio la considerazione che la trasmigrazione da un corpo ad un altro (la metempsicosi) esponesse al rischio di mangiare la carne di un animale nel quale si fosse incarnata un’anima, imponeva il divieto di consumare carne e la regola vegetariana; tuttavia questa regola era obbligatoria solo per i matematici e non per gli acusmatici, riflettendo la modulazione in diversi livelli della conoscenza, della quale si è detto.
Proprio questa modulazione, a ben vedere, fonda la delegittimazione della tesi secondo cui quello pitagorico era un sapere dogmatico basato sull'ipse dixit magistrale. Il dogma è affermazione di verità assoluta che si impone a tutti nella pretesa che debba essere recepita acriticamente. La conoscenza pitagorica, invece, è conoscenza iniziatica rispetto alla quale la ricerca individuale costituisce l'espressione della massima libertà animata dal desiderio di sapere. L'ipse dixit magistrale non è altro che una guida nel viaggio iniziatico della conoscenza.


Conclusioni
La grandezza della Scuola pitagorica, più che nell’analisi scientifica che essa ha condotto ben collocata nel contesto culturale del suo tempo, acquisendo uno spazio significativo nella filosofia presocratica, risiede nelle intuizioni che fanno del pensiero pitagorico un precursore della modernità. Il rapporto tra continuo e discontinuo, considerato uno dei più astrusi labirinti della ragione, continua ad essere ancora oggi un problema molto difficile e dibattuto. La concezione sferica del cosmo, antesignana della scoperta dello spazio curvo, precorre l’attuale concezione dell’universo pulsante con la previsione di un fuoco centrale dal quale il cosmo stesso è nato ed al quale deve fare ritorno per nascere un’altra volta. Non ultima la teoria del rapporto tra corpo e anima, che racchiude in embrione prospettive rivelatesi solo dopo la scoperta dell’inconscio e degli sviluppi della psicanalisi. Non sappiamo quante e quali ulteriori scoperte, anche in futuro, consentiranno una retrospettiva sulle intuizioni pitagoriche.
Il Pitagora ieratico, che la leggenda vuole parlasse nascosto da una tenda, più che la fonte di un dogma intangibile, alla luce delle considerazioni svolte, appare l’incarnazione di un demone che, nascondendo il corpo in cui è imprigionato, compie un gesto simbolico al quale gli astanti possono ispirarsi per compiere quella purificazione che solo attraverso l’iniziazione individuale potrà portarli a scoprire l’anima imprigionata nel proprio corpo.
A distanza di 2500 anni il Maestro ancora ci parla. Non lo vediamo, è dietro la tenda. Possiamo sentirlo, non perché ci venga dogmaticamente imposto, ma solo se lo vogliamo, con libera scelta. Ascoltiamolo: Egli ci dice che conoscenza ed iniziazione sono la stessa cosa e che non vi sono verità da svelare dietro la tenda, ma in ognuno di noi è racchiuso un segreto per il quale vale la pena di vivere e di cercarlo.

giovedì 9 aprile 2009


Centro Studi Tradizionali "Sé"

Rivista di Studi Tradizionali
"Sé Metafisica Realizzativa"

INVITO
INCONTRI D'AUTORE
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con Alberto Samonà
per la presentazione del suo ultimo lavoro editroriale il romanzo
"Il Padrone di Casa"
Edizioni Robin - Roma 2009

Alberto Samonà, autore e giornalista siciliano, ha scritto diversi libri a contenuto simbolico, fra cui Le colonne dell’eterno presente (ila-palma 2001), La Tradizione del Sé (Atanòr, 2003), Riti pasquali (AA.VV. Ac-Mirror 2005), Tarocchi (AA. VV. Ac-Mirror, 2005). Dal suo racconto intitolato La bambina all’Alloro, il cantastorie iracheno Yousif Latif Jaralla ha tratto lo spettacolo teatrale Le orme delle nuvole. Ha scritto e diretto a teatro la piéce Una fiamma a Campo de’Fiori, sulla figura di Giordano Bruno. È componente della giuria nazionale del concorso letterario “Subway letteratura”.
Sabato 2 Maggio 2009 - ore 17.30
Agriturismo Masseria Spetterrata - C.da Spetterrata - Montalbano di Fasano
Importante!
Dopo le 20.30 sarà possibile restare a cena con l'autore solo previa prenotazione entro il 25.04.09.
per una quota procapite di €. 30.00
per info: 335 8198522
Giuseppe Vinci

Lo studio di sé è il filo conduttore de Il padrone di casa, romanzo epistolare del giornalista Alberto Samonà in libreria per le edizioni Robin di Roma.
La narrazione del libro si svolge secondo una scansione temporale di dodici mesi, contrassegnati, ciascuno, da una lettera che il protagonista del libro, un uomo sui quarant’anni, scrive ad un’amica lontana.
L’uomo cerca risposte e pone le proprie domande alla donna, ma la destinataria delle lettere resta in silenzio, mentre un ritmo circolare, evidenziato dalla mancanza di una risposta, contrassegna lo scorrere del tempo.
Il protagonista è “dipinto” dall’autore come un ricercatore addentro agli studi esoterici con un passato di militante di destra, che, però, ad un certo punto, complice una causa esteriore, si rende conto di come abbia beatamente trascorso tutta la propria vita nel sonno, nell’appagamento dei propri ego, ingigantiti anche dagli stessi studi da lui stesso svolti, nonostante lo scopo di questi fosse, in origine ben diverso e cioè, un fine di “liberazione”. Da qui, una “presa in carico” della propria situazione e il tentativo di uscirne, documentato dalle dodici lettere che il protagonista scrive all’amica, apparentemente semplici resoconti di vita ordinaria, in realtà tappe di un simbolico intimo viaggio in se stesso, o comunque, attività preparatorie al compimento del viaggio.
La donna resta muta per tutto il libro, fino a quando, forse, si può incominciare a sentire la voce del “padrone di casa”, il solo in grado di mettere ordine fra le mille altre voci che convivono nell’autore delle lettere.
Non mancano riferimenti a Evola e Guenòn e pagine interamente ispirate al pensiero tradizionale. Evidente anche l’influenza dell’insegnamento di Gurdjieff, nonostante l’autore, per rispetto e discrezione, non citi mai la fonte: un modo elegante che scongiura il rischio di appesantire la lettura.
Alla lettura lineare che lo fa somigliare ad un ordinario libro di narrativa, però, se ne aggiunge una meno evidente, “esoterica”, perché nelle pagine del romanzo è come se vi fossero molteplici segnali di un universo nascosto, che non appare immediatamente, ma che si disvela solo a chi sa guardare oltre, secondo il metodo tradizionale della conoscenza sintetica e analogica.
Alberto Samonà, Il padrone di casa, Edizioni Robin (Roma), pagg. 156, prezzo 12 euro.

sabato 4 aprile 2009

L’Arte Reale: La costruzione del Tempio



Quindi diede incarico agli scalpellini perché squadrassero le pietre per la costruzione del tempio
Ora io ho costruito una casa sublime, un luogo ove tu possa porre per sempre la dimora
Cronache: I, 22, 2; II, 6,2.

L’iniziazione spesso è detta Arte Reale, perché attraverso l’esercizio dell’Arte, il praticante ha la possibilità di “realizzare” la Grande Opera di alchemica memoria: trasformare il piombo dell’esistenza profana nell’oro dell’essere puro; realizzare se stessi. Non si tratta del “sentirsi realizzati nella vita” attraverso il posto di lavoro.
Non vuol dire poter realizzare progetti di vita per guadagnare tanti soldi, comprare l’automobile, la casa, fare viaggi, insomma, essere benestante. La realizzazione di cui si parla, sappiamo benissimo, è ben altra cosa. Si tratta in realtà, di pervenire attraverso un percorso a tappe alla conoscenza della natura ultima dell’esistenza, alla conoscenza del Sé. In breve, usando il linguaggio proprio dell’Arte Reale, realizzarsi significa prendere piena e totale coscienza e consapevolezza della propria esistenza, divenire Re e sovrani di se stessi, fino a trascendersi nella coscienza assoluta.
A tal proposito ricordiamo che tutte la Tradizioni Iniziatiche, dicono che il sé, quello individuale – individuale solo all’apparenza – è simile e partecipa del Sé Supremo, è la parte infinitesimale di Quello. 
A questa consapevolezza sono approdati i Grandi Iniziati, i Saggi, i Ŗşi dell’India, attraverso la profonda indagine dell’esistenza. Intuirono, in definitiva, che al di sopra di tutto vi è una legge, la Lex Suprema dei latini, il Sanathana Dharma, la Legge Universale degli hindū. Ananke la chiamavano i greci, la legge unica e necessaria a cui tutto sottende, anche la stessa divinità, che tiene saldamente insieme ciò che è manifesto e ciò che non lo è: legge immanente e trascendente al tempo stesso. E’ la conoscenza di questa legge che, dicono i saggi, permette di scoprire il mistero dell’esistenza, permette di essere padroni dell’Arte Reale e realizzare il Sé.

L’Arte Reale è la metafora del Sacro, della Coscienza Universale e l’opera dell’artista consiste nel rendere solenne testimonianza, “celebrare” la visione del divino e delle sue leggi.
Nella storia dell’umanità diverse sono state le forme attraverso le quali questa sublime arte
si è manifestata. Spesso, l’oriente e l’occidente hanno condiviso la stessa arte in epoche differenti e con culture diverse, conservando però nell’essenza gli stessi principi.
L’alchimia, l’ermetismo, la poesia d’amore, il racconto mitologico, gli hadîth, i detti proverbiali, i koan dello zen, l’arte di costruire i templi, sono spesso manifestazioni dell’Arte presenti sia in occidente che in oriente.
L’arte di cui ci occupiamo in questa occasione è quella del costruire templi.
“Questo Tempio è come il cosmo in tutte le sue parti” era il proclama che dominava nel Tempio egizio di Ramses II. 
Nell’accezione primitiva il Tempio, dal latino “templum”, indicava quella porzione di campo consacrato dall’àugure destinato agli uffici sacri e quindi luogo sacro. “Templum” è derivato di “Tempus” che vuol dire “sezione”, ed è riconducibile al greco “Tèmenos”, recinto, circuito, luogo separato, dedicato agli dei, contenente la radice tèm e la desinenza no, che significa taglio, separo, divido quindi l’alto dal basso, il superiore dall’inferiore, il sacro dal profano.

L’arte del costruire è quindi arte sacra e allude alla creazione divina, al dio che per un atto libero, pur entrando nel limite del tempo e dello spazio, passando dall’infinito al finito, si manifesta dando vita al cosmo. Costringendosi nel limite l’Assoluto viene all’esistenza. L’opera dell’artista, pertanto necessita di sacrificio e disciplina, virtù che gli permettono di riscattare il limite in cui l’umanità, espressione infinitesimale dell’assoluto, è venuta a trovarsi con la venuta all’esistenza. L’artista nella realizzazione dell’opera, svolge una sacra funzione, imitando la divinità nel suo manifestarsi, lavorando la pietra grezza, adornandola ed elevando le pareti del Tempio: trasforma la materia inerte e caotica, in materia armonica, il caos primordiale, in ordine, cosmo.

In questa ottica il maestro d’arte svolge una vera e propria funzione sacerdotale. Prima di apprestarsi all’esecuzione dell’opera, l’artista si dedicava alla preparazione spirituale: l’invocazione della divinità, la meditazione dei testi sacri, l’interiorizzazione fino alla visione della verità da realizzare.
Nella tradizione orientale, l’architetto che sovrintende alla costruzione del tempio, ma anche le maestrie che prestano l’opera, appartengono quasi sempre alla più alta casta della società, quella dei brāhmaņa, custodi della conoscenza sacra. In quella occidentale, l’artista esecutore dell’opera è iniziato ai segreti dell’arte, segreti che rivengono dal sacerdozio egizio, dai misteri d’Eleusi, dalla scienza pitagorica ed euclidea.
L’arte di lavorare la pietra si prefigge la trasmutazione di ciò che è profano, la pietra grezza, nel mistico corpo del dio. Così il Tempio, realizzato secondo i segreti dell’arte, diventa un incarnazione divina, un avatāra, ovvero la discesa del dio in terra a riprodurre e ristabilire il dharma, l’ordine universale. 

Le conoscenze matematiche, geometriche e astronomiche utilizzate per la costruzione dei templi, che per gli egizi, per i pitagorici, per i Templari e per la Massoneria rappresentano il segreto iniziatico, sono la sintesi suprema con cui poter esprimere i diversi aspetti della Verità Ultima e gli strumenti per “realizzarla”.
L’architetto, il maestro d’arte, l’operaio muratore, insomma l’iniziato, riproduce nelle forme che fa assumere alla pietra l’essenza ineffabile del Principio Supremo. L’arte del costruire diventa così un cammino di ascesa che passa, prima, attraverso le fondamenta dell’edificio, simbolo dell’abisso della psiche umana, fino ad elevarsi alla dimensione celeste dell’essere intelligibile.

Il tempio che allo zenit ha molteplici appoggi per le fondamenta, al nadir termina con il punto unico, il pinnacolo, a significare il passaggio, il ricongiungimento della molteplicità degli esseri all’Essere Uno. Vi è un asse principale nella estensione verticale del tempio che va dalle fondamenta al pinnacolo, e rappresenta l’axis mundi, misura e ordine del tutto, l’asse simbolico attorno al quale si manifesta l’armonia universale. L’asse dei modi è il raccordo tra il sacro e profano; è l’albero della conoscenza che si esplica nei tre mondi: gli inferi, il mondo intermedio, quello degli uomini e il regno celeste; è la sintesi del percorso ascendente della ricerca spirituale.

Nella sua estensione orizzontale, il tempio, manifesta l’ordine cosmico a partire dalle oscure e profonde fondamenta, ove è imprigionato il vizio, l’ignoranza, fino alle stratificazioni successive, in cui si esplicano le Virtù della conoscenza. A parte le fondamenta di cui abbiamo già detto, troviamo, nel livello più basso, a seconda delle culture, il quadrato o il rettangolo, simbolo della terra, il livello più infimo della manifestazione divina, rappresentato generalmente oltre che dalla pianta dell’edificio anche dall’altare, luogo su cui si celebra il sacro rito dell’esistenza, evocandola, poiché l’altare si eleva dal piano.
Recita il Ŗc. Veda:
L’altare è il limite estremo della terra; questo nostro sacrificio è il centro del mondo.
Il livello successivo, la cupola, generalmente rappresentato in cerchio (sostituito in occidente con l’Arte Gotica dalla forma piramidale, simbolo del fuoco divino) è il simbolo del cielo, l’etere, lo spazio, il regno dell’Assoluto, da cui l’Essere Immutabile ed Eterno, la Legge Suprema, proietta la sua potenza. Il cerchio, la cupola la sfera, rappresentano, così, l’Assoluto, la “Verità” da raggiungere, da portare in sé, come afferma Parmenide nel poema “Intorno alla Natura”. 
... bisogna che tu impari/ a conoscere ogni cosa/sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità/sia le opinioni dei mortali nelle quali non risiede legittima credibilità.
Parafrasando il linguaggio alchemico potremmo paragonare la costruzione del Tempio alla “quadratura del cerchio” essendo quest’ultimo, il cerchio, il limite da trascendere,
da violare. Questa particolare “quadratura del cerchio” rappresenta, in questo modo, il ciclo incessante di emanazione e riassorbimento dell’universo: il solve et coagula degli alchimisti; il molteplice che risolve nell’Uno e Quello che si manifesta nel molteplice. Il vuoto che resta tra i due livelli è il simbolo dell’Assoluto, ineffabile, imperscrutabile. Il vuoto, non è assenza ma potenza allo stato embrionale, non manifesto.
La funzione principale del vuoto, è quella di produrre il silenzio. Vuoto e silenzio diventano analoghi, esprimono l’essere in-potenza. Nei templi, infatti, la presenza del silenzio è la prima manifestazione divina percepibile sia all’iniziato, sia al profano. Nel silenzio è in nuce il Verbo prima della sua manifestazione. E’ il perfetto simbolo della dimensione insondabile, per chi non è ammesso alla conoscenza dei segreti dell’arte. L’Artista è quindi in grado, poiché ha gli strumenti per farlo, di cogliere il Verbo che promana dalla pietra purificata, perfettamente lavorata.
Il Tempio, dunque, è la casa del Signore, Sommo Architetto dell’Universo, e dei suoi operai; è il luogo in cui il Verbo s’è fatto carne; è il luogo metafisico e metastorico, al di la del tempo e dello spazio, in cui è riprodotto in modo speculare l’Assoluto; è il luogo materiale in cui si manifesta l’immateriale; è il luogo non-luogo in cui regna armonico l’Uno, spirito-materia; il luogo in cui si trascende ogni dualità, in cui il diabolon, ciò che è stato separato torna ad essere symbolon, il ri-unito.

Giuseppe Vinci 20. 09. 2004
Estratto da: Sé Metafisica Realizzativa - Risvista di Studi Tradizionali - Autunno 2004

sabato 8 novembre 2008


MAESTRI E CATTIVI MAESTRI


Vi è stato un tempo in cui l’iniziato veniva riconosciuto dai comportamenti. La rettitudine era il carattere distintivo dell’iniziato stesso. Ciò scaturiva dalla pratica dell’idea della “Retta Azione”, che non deriva da convinzioni filosofiche o da speculazioni intellettuali ma dalla sperimentazione pratica, cioè dal percorso vissuto della Via Iniziatica. I risultati di questa sperimentazione, custoditi e tramandati attraverso i simboli, costituiscono la dottrina e la Tradizione, che vanno intesi come patrimonio di valori e di indicazioni operative, non solo teoriche.
L’intuizione, che rischiara quale lampo di luce la via a coloro che tale via percorrono, è lo sbocco dell’esperienza nella conoscenza: vale a dire, lo sperimentare tocca con mano e fornisce riscontro sulla giustezza del percorso, in quanto mezzo di verifica.
L’idea, così, diviene carne della propria carne e non concede nessuna possibilità di deroga. Il “retto comportamento”, che è un valore umano, rappresenta una via obbligata, una regola, per coloro che intendono con i fatti, lavorare per la propria evoluzione.
Il comportamento scorretto viene evitato, non per motivi filosofici o estetici, ma perché porta all’involuzione. Tutte le tradizioni, infatti, affermano che le azioni generano il debito del Karma, dal quale ci si libera attraverso la catarsi, il lavoro, l’espiazione, che può avvenire nel corso di una o più esistenze, in cui tutto è contrappassato. Così, specificatamente dice la tradizione orientale. Quella occidentale, pur attraverso una simbologia differente, dice la stessa cosa.
Nell’opera alchemica di trasmutazione del piombo in oro, quando le varie fasi di trasformazione, che vanno dalla putrefazione, passando per la calcinazione, distillazione e che terminano nella sublimazione, non vengono compiute come prescritto dall’arte, cioè con attenzione e coerenza, l’oro ottenuto presenterà impurità e il lavoro dovrà, necessariamente, essere ripetuto.
I simboli muti presenti nel “Tronco della Tradizione” divengono eloquenti, parlanti, a mano a mano che si percorre correttamente, coerentemente il cammino iniziatico.
Il nucleo dell’insegnamento iniziatico è costituito, infatti, da regole e indicazioni operative che hanno la finalità di liberare la coscienza (nel linguaggio muratorio, ad esempio, sgrossare la pietra equivale a ricercare la luce, che è luce mentale e spirituale). Alla liberazione della coscienza si può pervenire attraverso diverse vie. La via iniziatica è costituita dall’Arte Reale. Simboli, Rituali, Leggende, Parole Sacre (mantra) e “grandi detti”, la “Trasmissione della parola da bocca ad orecchio” in una ininterrotta catena di Maestri, fanno diretto riferimento a questa Via.
Mano a mano che il “praticante” trascura il suo carattere iniziatico, queste concezioni perdono il loro senso reale e si riducono a semplici enunciazioni senza partecipazione vera. Inizia il cammino verso il basso, il percorso in discesa, che è controiniziatico e che sortisce l’effetto contrario a quello cercato.
Il percorso involutivo, che è facilmente individuabile, per chi percorra effettivamente il sentiero, si caratterizza con la confusione sempre più palese, con l’indifferenza alla partecipazione alla vita della propria Famiglia iniziatica, e giunge infine (questo è il segno che si sta oltrepassando il punto pericolosissimo di un possibile “non ritorno”!) al disconoscimento dei simboli che divengono figure indecifrabili.
Come prima conseguenza si ha la rarefazione dei Maestri per mancanza di discepoli e poi la loro scomparsa totale o quasi. Le intelligenze, infatti, per natura consuonano e tendono ad abbandonare le non-intelligenze ai loro destini.
La “Parola” (il significato, essenza delle cose) si perde, e scomparsi coloro che possono costruire un punto di riferimento per ritrovarla, fanno la loro comparsa lungo la Via i “cacomaestri” (da cacos =cattivo), maestri della involuzione. I “cacomaestri” espressione dell’involuzione e della confusione, generano a loro volta involuzione e confusione. Occorre, quindi, evitare il proliferare dei “cacomaestri”. Occorre evitare di diventare, a propria volta, un cacomaestro in più!
Finché nell’universo iniziatico sopravvivono Tre Maestri, l’universo iniziatico genera Maestri. Allo stesso modo anche i maestri dell’involuzione producono i loro maestri, deputati, però, a volte inconsapevolmente, a distruggere il Verbo.
I primi segni dell’involuzione vanno ricercati nell’alterazione del lavoro Tradizionale, che agli occhi del cattivo discepolo, diventa assemblea di cui si sottolinea il semplice e solo dibattito, lo scontro di idee, la messa in moto di vibrazioni dissonanti: concezione esattamente opposta a quella che vede lo sforzo di comporre l’eggregoros, la sintesi energetica, le vibrazioni consonanti, e non contrastanti. Come conseguenza abbiamo il rinforzo della Babele, confusione di lingue che generano incomprensione, incomunicabilità e quindi impossibilità di costruire la Torre che deve raggiungere il Cielo (ciò che è celato). Infine, si manifestano la presunzione e l’arroganza, la prepotenza e l’impazienza fino al disconoscimento e l’alterazione della tradizione e della sua trasmissione.
La Luce Iniziatica, con questa pratica involutiva, dovrebbe scaturire dalla accettazione della contesa, e dallo scontro con i pregiudizi degli altri?!
Tutti siamo Discepoli e logica vuole che il Discepolo, che si lascia irretire dalle apparenze della Babele, prima o poi abbandona perfino il formalismo della Via Iniziatica: diviene disattento, trascura il “lavoro” o vi partecipa con lo spirito e i modi del profano, fino ad abbandonare definitivamente il percorso . . . A meno che non intervenga (il che è peggio), un interesse da “metalli” o, ancora, la nevrosi, ipocritamente mascherati, da una sorta di filosofia personale e di prassi, per cui si predica bene e si opera per il senso contrario: a tutto viene trovata una giustificazione condita di altisonanti parole. E’ la regola della mancanza di regole. La regola profana, così, sovrasta l’iniziato svilendolo.
Allora sarà possibile fare ciò che, al momento, sembra più conveniente, tanto poi, al momento più opportuno, quando appare conveniente non più questo, ma il contrario di questo, tutto si aggiusta con un abbraccio (tanto si è certi di poter essere accolti fraternamente). Concezione perversa, questa, opposta alla dottrina della Via Iniziatica, perché legittima, di fatto, il comportamento scorretto, capovolgendo il senso della Regola Iniziatica. Non si può pensare, infatti, che indulgere in questa pratica possa costituire un segno di pentimento e di buoni propositi futuri. Se così fosse, la situazione generale volgerebbe rapidamente al bello, ciò che palesemente non è. Diventa, invece, questo comportamento, ineluttabilmente e sempre più, una sorta di pausa tra un comportamento scorretto e quello successivo.
Appare chiaro, di conseguenza, che per cancellare il nero, non è più necessario “smaltare il lattone”, secondo l’insegnamento dei vecchi alchimisti: più semplicemente si ricopre il nero di bianco. Ma la pittura nasconde, anzi, fissa il nero non lo cancella, e “fissa” anche la convinzione che si può operare al nero, tanto poi lo si dipinge di bianco. La pittura bianca sul nero, oltre che controiniziatica, è anche diseducativa. Nella Via Iniziatica (e in tutte le Vie Iniziatiche) il nero viene eliminato attraverso l’effettivo lavoro di trasmutazione, che trova applicazione nella pratica quotidiana, sul campo della vita, in cui sono disseminati, innumerevoli, gli ostacoli da superare: nella via devozionale questo avviene attraverso la penitenza.
Il percorso involutivo porta alla visione confusa generalizzata, fino al disconoscimento dei simboli. Accade, in altre parole, che alcuni, dichiarano con aria sapiente che lungo la Via non esistono Maestri, senza neanche riflettere sul fatto che quel simbolo possa essere indicatore di significati e di contenuti di cui egli non sospetta neanche l’esistenza. L’interpretazione del simbolo diviene deviata e perversa.
Maestro non è più colui che ha il compito di trasferire gli insegnamenti ed i valori della TRADIZIONE, ma è colui che autogiustifica i personalismi del proprio ego, ignorando Dottrina e Tradizione, fa uso del vaniloquio come di materia d’insegnamento: “parla per parlare”, allo stesso tempo manca di paziente sopportazione degli intemperanti e degli scorretti che sono una presenza costante ed ineluttabile sulla Via dell’iniziato.
La Tradizione è la conoscenza iniziatica, la saggezza che si trasmette nei millenni. Il Maestro è lo strumento nelle mani della tradizione, deputato alla trasmissione della conoscenza iniziatica; il Lavoro è lo strumento per la verifica della giustezza del percorso e per l’applicazione pratica della conoscenza stessa.
Spesso, lungo la Via, s’incontrano pseudo iniziati che dissimulano. Questi, schiavi del delirio di onnipotenza, non si sono mai rimessi alla tradizione, non si sono mai affidati alle cure di un maestro, anche se lo danno a credere, tanto meno si preoccupano di verificare i loro improbabili e assurdi approdi. Questi, inoltre, alimentano la pretesa della loro maestria, pur affermando il contrario, con arroganza e presunzione, con la sottile polemica e demagogia, utilizzando esclusivamente metodologie profane che nulla hanno a che fare con la saggezza degli iniziati.
Dall’esempio di questi falsi maestri senza verifica, pazientemente è necessario allontanarsi. E’ vero che tale presenza costante ed ineluttabile può essere più o meno numerosa, più o meno fastidiosa. E’ quasi certamente vero che attualmente è più numerosa e più fastidiosa che in altri momenti storici.
Tuttavia non sono vani gli insegnamenti per altro teoricamente a noi ben noti:
“Se sai sopportare che il vero che il vero che enunci divenga, distorto dai furbi, una trappola tesa agli stolti;
Se puoi tenere la testa ben ferma quando tutti intorno a te la perdono;
Se puoi attendere e non essere stanco dell’attesa . . .
Se sai vedere spezzate le cose a cui desti la vita, sostare ed ancora forgiarle di nuovo con logori arnesi;
Se sai forzare il tuo cuore, i tuoi muscoli e nervi a servire, servire, servire, al di là delle tue forze e così tener duro, pur quando tutto è finito eccetto il tuo volere che dice: resisti!!!
Se sai riempire il minuto implacabile con sessanta secondi di strada percorsa, . . .
Sei UOMO figlio mio!” (R. Kipling)
Insegnamenti Teoricamente ben conosciuti, ma di cui bisogna ricordarsi al momento di comportarsi praticamente!

Giuseppe Vinci

sabato 12 aprile 2008


CENTRO STUDI TRADIZIONALI “Sé”
Rivista di Studi Tradizionali
“Sé Metafisica Realizzativa”


Tavola Rotonda sul Tema

"CONOSCENZA E INIZIAZIONE
NELLA SCUOLA PITAGORICA"


Relatore

Prof. Vincenzo Ferrari
(Università della Calabria)


Sabato 10 maggio 2008
Ore 17.00 Masseria Spetterrata
C.da Spetterrata – Montalbano di Fasano
Info: 335 8198522



“Pochi sanno essere felici; soggiogati dalle passioni, volta a volta sballottati da onde contrastantesi sopra un mare senza alcuna terra in vista, molti brancolano ciechi; senza poter resistere, né cedere alla tempesta. Dio! voi li salvereste togliendo l’illusione dai loro occhi?... Ma no: è compito dell’uomo, creatura Divina, discernere l’Errore e guardare la Verità. La natura, mediante i suoi veli, ti spiega. Tu che li hai sollevati, uomo savio, uomo felice, emetti un sospiro di soddisfazione: tu sei in porto! Osserva le mie istruzioni, rifletti su ciascuna cosa dopo d’aver posto in alto un’ottima ragione direttrice, affinché, elevandoti poi nell’Etere radioso, Tu divenga immortale, spirito eterno, non più soggetto a morte”. (Pitagora - Versi Aurei)


Prof. Avv. Vincenzo Ferrari
Relatore

Avvocato cassazionista e docente universitario. Esercita la professione forense con studio in Cosenza. Insegna "Istituzioni di Diritto Privato" presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università della Calabria. E' componente della Giunta del Dipartimento di Scienze Giuridiche della stessa università e dirige il consorzio interuniversitario COIS, costituito fra il medesimo Ateneo e quelli di Bologna, Firenze e Salerno. E' autore di circa ottanta pubblicazioni fra monografie, volumi collettivi, e saggi su riviste giuridiche. Fa parte di diversi organismi associativi fra giuristi a livello nazionale e internazionale.

Il Centro Studi Tradizionali “Sé”, attraverso lo studio e la ricerca, nel solco della Tradizione Iniziatica Universale, si propone di stimolare e approfondire la ricerca della Verità/Realtà. Questa conoscenza che si distingue profondamente dall’erudizione, va sperimentata e vissuta direttamente, giorno dopo giorno, incessantemente, fino a divenire un modo di essere, fino a realizzare l’essere, il Sé.

mercoledì 2 aprile 2008



CENTRO STUDI TRADIZIONALI “Sé”
Associazione Culturale
Rivista di Studi Tradizionali “Sé Metafisica Realizzativa”

PROGRAMMA DELLE ATTIVITA’ 2008


- Sabato 10 Maggio ore 17.00 -

TAVOLA ROTONDA SU:
"CONOSCENZA E INIZIAZIONE NELLA SCUOLA PITAGORICA"
Prof. Enzo Ferrari (Giurista)
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- Sabato 14 Giugno ore 17.00 -
“INTRODUZIONE ALLA MEDITAZIONE ZEN”
Camillo Boggia (Soto)
“INTRODUZIONE ALLA MEDITAZIONE VEDANTA”
Giuseppe Vinci (Asparsamuni)
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- Sabato 12 Luglio ore 16.30 - 19.30 -
"Dal DHARMA al KARMA"
SEMINARIO INTENSIVO
con il Venerabilissimo
Lama Geshe Gedun Tharchin
Istituto Lam Rim - Roma
- Domenica 13 Luglio 0re 08.30
“PRATICA DELLA MEDITAZIONE VIPASSANA”
SEMINARIO PRATICO INTENSIVO
con il Venerabilissimo
Lama Geshe Gedun Tharchin
Istituto Lam Rim - Roma
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Settembre (data da definire)
“LA CONOSCENZA SECONDO IL VEDANTA”
Dott. Alessandro Fiasconaro
Univ. Jagellonica di Cracovia - Univ. di Palermo
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Gli incontri si svolgono generalmente presso
Agriturismo Masseria Spetterrata a Montalbano di Fasano
info: 3358198522